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Sezione - Duomo di  Orvieto
LA TRIBUNA: la vetrata
Cristo Pantocratore
Opera del Duomo di Orvieto Cristo Pantocratore


Indice della sezione
La cattedrale
"Prima" del Duomo
La storia
Il miracolo
La piazza
La facciata
I fianchi e le porte
L'interno
Il coro
La tribuna
La pietà
Gli altari
Cappella di S. Brizio
Capp. del Corporale
Informazioni
Feste religiose
 

 

 

La parete di fondo della tribuna è "trasfigurata in senso coloristico" da una grande quadrifora ogivale che, insieme a due occhi laterali, illumina l'intera area dell'altare maggiore, costituendo il "fulcro della visione" e lo sfondo alla prospettiva della navata centrale.
Le membrature bicrome dell'alto finestrone (m.16,30) incastonano i quarantaquattro pannelli della vetrata gotica raffiguranti la vita di Maria e di Cristo (dalla Cacciata di Gioacchino dal tempio alla Crocifissione), con il busto del Redentore benedicente circondato dai simboli degli Evangelisti e sormontato dal Cherubino mistico nel rosone di coronamento, secondo un complesso programma iconografico che ripete e completa il ciclo di affreschi della tribuna.
I singoli episodi delle storie, dipinti su fondo azzurro entro schemi architettonici, sono intramezzati dalle figure dei Profeti, rappresentati con notazioni paesaggistiche su fondo rosso; la presenza di questi personaggi e la chiara allusione alle loro rivelazioni determina un confronto tra Antico e Nuovo Testamento, come suggerito anche dai bassorilievi della facciata, cui la "finestra narrativa" dell'abside sembra ispirarsi per la fantasia del racconto e la raffinatezza di esecuzione.
Proprio tale affinità ha indotto una parte della critica ad ipotizzare un unico ideatore per la decorazione scultorea della facciata e per quella figurativa della vetrata, identificato nello stesso Lorenzo Maitani, il quale avrebbe fornito i disegni preparatori per i pannelli del finestrone nell'ambito del suo più ampio progetto di trasformazione absidale.
Nell'impresa ebbe, comunque, grande rilievo
l'assisiate Giovanni di Bonino, maestro del vetro e pittore documentato ad Orvieto dal 1325 al 1334, cui sono state attribuite le vetrate di alcune cappelle (S. Ludovico, S. Antonio, forse S. Caterina) nella Basilica Inferiore di Assisi.
Utilizzando una vasta gamma cromatica che ricorda la vivacità, la preziosità e la densità coloristica degli smalti traslucidi di scuola senese del contemporaneo Reliquiario del SS.mo Corporale, Giovanni dipinge i vetri già colorati con una particolare grisaglia (mistura di vetri e sali di ferro o ossidi di rame), che dà ai pigmenti un colore più bruno o più nero, e fa ricorso alla tecnica, non molto diffusa al suo tempo, dei c.d. "rossi incorniciati" (uno strato di vetro rosso contenuto tra due di vetro incolore).
Probabilmente il maestro vetraio di Assisi non fu l'unico esecutore dell'opera; stando alle recenti analisi stilistiche , il suo intervento sarebbe da inserire nell'ambito di contributi di mani diverse, testimoniate da alcune variazioni nel coerente impianto figurativo della vetrata. Quest'ultima, pur conservando la forte ascendenza francese originaria, fu oggetto di numerosi rifacimenti che, iniziati con Frate Giovanni di Buccio Leonardelli nel 1369-70 (forse durati fino al 1375), si intensificarono nel secolo successivo con i lavori di molti maestri, tra cui frate Gaspare da Volterra (1445), maestro Antonio da Venezia (1463-4) e Stefano di Firenze (1465), per culminare, dopo alcuni interventi cinque-secenteschi (Fabiano Stati da Arezzo, 1508, Benvenuto Biscia, 1617) nel restauro dell'intero finestrone effettuato con grande intento imitativo tra il 1885 e il 1905 dai pittori perugini Francesco Moretti e Leonardo Caselli, che siglarono i pezzi sostituiti.

 
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