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Sezione - Museo
LA STORIA

 

Simone Martini - particolare
Opera del Duomo di Orvieto Simone Martini - particolare


La storia
MUSEO MODO
 
 

 

 

 

Viva testimonianza della storia religiosa, devozionale ed artistica del Duomo e della città di Orvieto, il Museo dell'Opera ha origini ottocentesche e, inizialmente, si configura come una "camera delle meraviglie", un'unica sala deputata alla raccolta di pitture, sculture, arredi sacri provenienti soprattutto dalla cattedrale, ai quali si aggiunsero anche donazioni di privati cittadini e depositi del Comune.
Documenti del 1848 fanno riferimento ad un' esposizione di oggetti d'arte diversi, accumulati nel corso del tempo nei magazzini dell'Opera e collocati in una sala del Palazzo della Fabbrica per impedirne il deterioramento e renderli visibili agli artisti che venivano ad ammirare il Duomo.
Successivamente (1875) il Camerlengo Francesco Pennacchi manifestò chiaramente l'intenzione di allestire "un piccolo Museo" nell'"officio dell'Amministrazione" per la conservazione delle opere già esistenti presso la Fabbriceria e di quelle che lui stesso andava raccogliendo.
Già nel 1879 questa raccolta di oggetti artistici, l'unica presente ad Orvieto, era divenuta un importante punto di riferimento per iniziative analoghe; il Ministero della Pubblica Istruzione, tramite il conte Eugenio Faina, Ispettore degli Scavi e Monumenti del Circondario di Orvieto, lasciò in deposito all'Opera del Duomo il materiale archeologico di proprietà governativa, poiché un nuovo Museo non poteva che "sorgere come appendice di quello già esistente [Museo dell'Opera] e per mezzo della medesima Amministrazione", la quale concesse due locali al pianterreno del suo stesso Palazzo.
E' sotto la Presidenza dell'Ing. Carlo Franci che s'intensificò, da parte dell'Ente, la concentrazione di oggetti d'arte reperiti in territorio orvietano per evitarne la vendita e la dispersione, e fu aperto al pubblico il Museo Etrusco-Medioevale dell'Opera, inaugurato il 9 giugno 1882 con ben 1156 presenze.
Dal semplice accumulo e conservazione si passò così ad un'esposizione dei pezzi destinata ad una fruizione più ampia e quindi ad un "primitivo" allestimento, nell'ambito di una vera e propria gestione museale in cui rientravano operazioni come: fissare la tariffa d'ingresso (50 centesimi nel 1883, 1 lira dal 1899), rivedere l'inventario dei pezzi e compilare indici illustrativi (come quello del Prof. D. Cardella, 1887-8), bibliografie e cataloghi del Museo (da ricordare quello curato dallo stesso Presidente C. Franci e dall'Ing. Paolo Zampi nel 1900 e quello del Prof. F. Gamurrini, 1903).
A partire al 1897 la crescente esigenza di spazio dovuta al continuo incremento del materiale, fece pensare ad un trasferimento delle collezioni dal Palazzo dell'Opera al grande salone al piano superiore del Palazzo Soliano. Nella piena affermazione del revival gotico ad Orvieto, questo edificio, che l'Ing. Paolo Zampi andava allora restaurando, avrebbe rappresentato "l'apoteosi del Medioevo orvietano" (L. Riccetti) e la sede più idonea ad ospitare non solo gli oggetti artistici del "vecchio" Museo, ma anche tutte le opere cinque-secentesche che erano state, in quegli anni, rimosse dall'interno del Duomo.
Nel nuovo allestimento le grandi pale d'altare manieriste furono collocate nella zona superiore delle pareti del salone, mentre le ricche collezioni artistiche dell'Opera furono sistemate all'interno di armadi, mantendo distinte le diverse categorie di oggetti: quelli di Arte Etrusca, quelli di Arte Medievale e del Rinascimento; il pianoterra del palazzo, dal 1903, ospitò quelle opere, divise anch'esse per sezioni, che fino ad allora erano rimaste nei magazzini.
Dopo la separazione del materiale archeologico, conservato da metà '900 all'ultimo piano del Palazzo dell'Opera, il grande salone espositivo non subì grandi variazioni fino al 1989 (anno di chiusura), continuando ad offrire, come nella collocazione ottocentesca, una "percezione a colpo d'occhio, una visione sincronica di sei secoli di produzione artistica" (L. Riccetti).

 
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